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Moncenisio

Tematico

Moncenisio, terra di passaggio e di confine

I nomi e i luoghi raccontano la storia


Mappa interattiva
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Istruzioni percorso
  • Difficoltà: E [Escursionisti]
  • Località di partenza
  • Quota di partenza: 1220 m
  • Quota massima: 1720 m
  • Dislivello salita totale: + 500 m  
  • Lunghezza percorso: 3,3 km
  • Periodo consigliato: maggio-ottobre
  • Strutture di pernottamento e di ristorazione:
Allegati

Descrizione percorso

La storia del piccolo comune montano di Moueinì, attraversato dal torrente Cenischia, chiamato localmente la Grous' Éva, è indissolubilmente legata al valico del Moncenisio, che per secoli è stato uno dei principali snodi di collegamento tra l’Europa settentrionale e la Pianura Padana, e alla dipendenza dall'abbazia di Novalesa. La località ha probabilmente origine il 1° luglio 1224 quando alcuni borghesi delle valli di Susa e della Maurienne si accordarono con i monaci di Novalesa, che possedevano e amministravano le terre della Valle Cenischia, per fondare un borgo, i cui abitanti si dedicassero allo sfruttamento minerario della zona. Il documento stabiliva inoltre i diritti e i doveri spettanti a coloro che avevano ottenuto di organizzare il nuovo insediamento, costituito da piccoli nuclei sparsi nell’area compresa fra le Scale del Moncenisio e la borgata, ora abbandonata, di Ferrera Vecchia (Frire Vilhe). L’attuale collocazione del piccolo borgo si fissò nel corso del secolo XIV, in seguito al progressivo esaurimento dell’attività mineraria e allo sviluppo di una nuova fonte di reddito: il trasporto di merci e viaggiatori (le marronage) attraverso il valico del Moncenisio. Attività che occupava gli abitanti del luogo durante tutto l'anno anche con notevoli rischi e difficoltà derivanti soprattutto dalle severe condizioni climatiche.

Altrettanto importante per lo svolgimento di tale attività fu il percorso viario che da Novalesa portava al passo del Moncenisio; definitosi nel corso del Duecento, esso rimase presumibilmente invariato fino all’età moderna, pur prevedendo più itinerari che seguivano ora la sponda destra ora quella sinistra del Cenischia, a seconda della miglior percorribilità stagionale o della caduta di frane o valanghe. La mulattiera che percorreva la riva destra del torrente si snodava nei pressi di Pira Bocouè e della località di Frire Vilhe, ma venne però progressivamente abbandonata (o lasciata al passaggio del bestiame), forse perché soggetta a pericolose valanghe stagionali in caduta dal monte Lamet. Nella seconda metà del Settecento venne realizzato il nuovo itinerario che da Novalesa, superato il Cenischia, dopo un tratto rettilineo proseguiva lungo la salita delle Volte e, oltrepassato il confine con la Frire in località Pira Beuqué, raggiungeva l’abitato mantenendo la sponda destra del torrente; da qui raggiungeva la Tsapéla 'd Santa Bàrbara e proseguiva lungo lou Tsemin per poi attraversare il vasto pianoro del Moncenisio e ridiscendere nella Valle dell’Arc. La pericolosità del tragitto è segnalata da la Coumba di Môr(t), che designa una conca situata nei pressi del tracciato dove, secondo la tradizione, i portatori, chiamati marrons, abbandonavano i cadaveri di quanti in inverno morivano durante la traversata del Colle.

Poiché l’antico percorso viario denominato lou Tsumin de Nouvalèize, o anche Strada Reale, era una mulattiera non percorribile dai carri militari, come ebbe modo di constatare lo stesso Napoleone Bonaparte transitando una prima volta per il colle del Moncenisio il 18 novembre 1797, tra il 1803 e il 1811 fu costruita la strada carrozzabile che ancora oggi costituisce la via di accesso al valico e che, scendendo verso Giaglione, raggiunge Susa senza transitare per la Val Cenischia. Di conseguenza le comunità di Venaus, Novalesa e Ferrera furono tagliate fuori dai traffici commerciali diretti al valico e soprattutto non poterono più beneficiare dell’attività di trasporto di merci e passeggeri su cui si era fino ad allora basata gran parte della loro economia; solo alcuni di coloro che esercitavano in precedenza il mestiere di marron parteciparono ai lavori di costruzione della strada e, successivamente alla sua entrata in funzione, si dedicarono alla sua manutenzione in qualità di cantonieri nelle 23 case di ricovero che punteggiavano il percorso. La presenza di questi ricoveri, ora in parte scomparsi, diroccati o adibiti ad altre funzioni, è ancora segnalata dalla toponomastica locale, che registra lou Beu, che designa un piccolo edificio in prossimità del confine con il Comune di Venaus, lou Catro, divenuto fulcro deittico di una serie di altre denominazioni (Dzu lou Catro, Dzot lou Catro e la Coumba dou Catro) e lou Inc, da cui dipendono Dzu lou Inc e Dzot lou Inc.

Va però precisato che il valico del Moncenisio fu per molti secoli un confine poco concreto: inserito all’inizio all’interno di un’unica istituzione diocesana – la diocesi di Moriana che includeva la Val d’Arc e la Valle di Susa fino ad Avigliana – passò successivamente sotto il controllo dello «stato di passo» dei Savoia. La particolare posizione di Ferrera ha provocato una serie di mutamenti significativi legati, soprattutto negli ultimi due secoli, alle maggiori vicende storiche dell’Italia e della Francia. Il possesso del piano del Moncenisio, con l’ospizio, la Gran Croce e il passo vero e proprio, è stato spesso motivo di lite tra i due comuni confinanti di Ferrera e Lanslebourg, non senza l’intervento dei poteri maggiori che avevano interesse a controllare e a gestire il passaggio del valico. Nei secoli XVI e XVII la Gran Croce delimitava il confine tra Piemonte e Savoia: da una parte c’era il territorio di Ferrera, dall’altro il piano del Moncenisio, appartenente a Lanslebourg.

Il progressivo deterioramento delle relazioni diplomatiche tra Italia e Francia verificatosi nell’ultimo trentennio dell’Ottocento influirono notevolmente sul territorio circostante il Moncenisio: il nuovo confine internazionale fu sottoposto a un’intensa attività di fortificazione su entrambi i versanti. Tra il 1932 e il 1940, quest’area fu rafforzata da un sistema fortificato, detto Vallo Alpino, che incluse opere nella roccia, strade militari e adeguamenti delle fortificazioni esistenti: molte aree dell’altopiano del Moncenisio divennero inaccessibili, in quanto zona militare.

L' assetto attuale è frutto del trattato di pace con Parigi del 1947. La collocazione in area di confine comportò, specialmente a partire dall’ultimo trentennio dell’Ottocento e fino al termine della Seconda guerra mondiale, un’intensa attività fortificatoria e una progressiva militarizzazione dell’area in seguito alla quale molte zone della piana del Moncenisio divennero accessibili solo ai militari. A testimonianza di questo sfruttamento del territorio per scopi militari restano le seguenti denominazioni locali: la Fënire, che individua un’ampia apertura scavata tra la roccia dai militari italiani e schiusa sul sottostante abitato della Frire; [la Teleferica], che designa il piazzale da cui partiva la teleferica diretta a la Fënire e allestita per rifornire i baraccamenti e le fortificazioni più a monte; lou Tsumin 'd la [Teleferica] ossia un tracciato appositamente aperto dai soldati per raggiungere l’area della Teleferica; Pra Quiapì o le Cazermëtte, che si riferiscono ad una zona dell’abitato di Ferrera in cui furono costruiti degli edifici destinati alle guardie frontaliere e successivamente ai finanzieri.

Nella seconda metà dell’Ottocento si decise di affiancare alla strada carrozzabile una linea ferroviaria destinata a collegare Susa, dal 1854 raggiungibile da Torino anche in treno, con St. Michel, scavalcando il Moncenisio, grazie ad un sistema di trasporto su rotaia appositamente inventato dall’inglese John Barraclough Fell per affrontare tratti in pendenza e con curve molto strette. Della ferrovia Fell, aperta al traffico il 15 giugno 1868 lungo un tracciato che seguiva la strada carrozzabile, sono rimaste soltanto alcuni resti materiali sporadicamente segnalati dalle denominazioni locali, come la Galerìa 'd la Fopa, che individua i ruderi di una galleria. Infatti dopo circa tre anni dall’inaugurazione la linea fu dismessa, a seguito dell’apertura del traforo ferroviario del Fréjus che cominciò ad assorbire pressoché completamente il traffico commerciale che un tempo transitava attraverso il valico, che perse così il suo secolare ruolo di nodo di transito attraverso le Alpi.

Da un punto di vista storico religioso, Ferrera, dalla sua comparsa nella documentazione nel tredicesimo secolo, è in una situazione particolare: pur inserita nella diocesi di Torino, dipendeva, come già detto, dall’abbazia di Novalesa, che nominava i parroci, garantiva la cura d’anime e assumeva le decime. Solo il 17 febbraio del 1464 la comunità ottenne una certa autonomia con la fondazione della parrocchia di San Giorgio, ma non il controllo sul territorio che resta stabile all’abbazia fino alla fine del Settecento. La prima citazione di una chiesa in Ferrera vecchia è del 1297: si trattava della chiesa di San Lorenzo, documentata come in rovina nel 1531. Le cappelle di Santa Barbara (la Tsapéla 'd Santa Bàrbara), nell’abitato, San Giuseppe (la Tsapéla 'd San Juzèp) e San Pancrazio (la Tsapéla 'd San Pancras), attestate nel 1781, ma probabilmente molto più antiche sono sempre appartenute al territorio comunale, mentre quelle sul piano del Moncenisio hanno avuto alterne vicende legate ai contrasti tra i comuni di Ferrera e Lanslebourg e tra le diocesi di Torino (e poi Susa) e Moriana. La cappella della Madonna della Neve alla Gran Croce, ad esempio, si trovava nel territorio comunale di Ferrera fino alla fine della seconda guerra mondiale, ma dipendeva già da molto tempo dalla parrocchia di Nostra Signora Assunta di Lanslebourg; anche la cappella di S. Nicola sull’alpe omonima è appartenuta al territorio comunale fino a quella data. La cappella di S. Maurizio, probabilmente di origine medievale, segnava il confine storico tra la Savoia e il Piemonte e con molta probabilità fu sempre parte del territorio di Lanslebourg.

 

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Bibliografia
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